La sfida della diffidenza, la vittoria dell’umiltà

La sfida della diffidenza, la vittoria dell’umiltà

03.04.2015 - 15:56

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“Oh peruginooooo”.
Misi piede ad Arezzo nel maggio del 1986. La rivalità calcistica era, bei tempi quelli, fortissima. Tutto per via di una retrocessione che il Grifo aveva indirettamente decretato nei confronti del Cavallino qualche campionato prima. Che gli amaranto avrebbero restituito, con gli interessi, il 15 giugno dell’anno del mio arrivo nella redazione in Corso Italia. Figurarsi. “Ma che ci fai qui”, mi chiesero non poco preoccupati De Stefanis e Pagliari, ex biancorossi di spicco che mi sapevano cronista della Curva Nord, nel vedermi nello spogliatoio amaranto a raccontare il dopo partita di Arezzo-Cagliari.
“Qui ce l’hanno coi perugini, stai attento”.
“Oh peruginooooo”.
La sfida della diffidenza, del resto, era riservata anche al nostro giornale. Abituati a La Nazione del Dragoni, la partita dell’informazione non era facile da giocare. Il coraggio dell’impresa, però, non mancava. Trovai colleghi determinati e vogliosi di fare, alcuni dei quali nati alla scuola di Teletruria di Gianfranco Duranti. Federico Fioravanti, che lì mi aveva portato, quando partì per Siena mi affidò a un “grande vecchio”, Romano Salvi. E’ stato lui ad aprirmi il suo personalissimo e straordinario “vocabolario” dall’italiano all’aretino che mi sarebbe stato utilissimo per capire quali logiche muovono un quotidiano locale. E alcune cose della vita. Fatto sta che l’adrenalina del “buco” dato al Marcantoni e agli altri della “concorrenza”, che poi restituivano puntualmente con gli interessi dovuti, entrò pian piano nelle vene di una squadra che aveva un proprio gioco, basato sull’umiltà e sulla determinazione nel raccontare ciò che prima della nascita del Corriere Aretino non sempre trovava giusta dignità di notizia. Partimmo dalla Terza categoria nello sport e dal sano “ts”, tacco e suola, per battere a dovere le strade della cronaca bianca, nera, rosa. E così, pian piano, la proverbiale diffidenza aretina, se ne andò. Se n’è andata. E a me resta un’eco dolcissima: “Oh peruginooooo”. 

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